Storie 2006

Gli occhi del contemporaneo

“Storie” è il titolo che Fernando Pisacane ha scelto per questa sua ennesima personale. Come curatrice non ho avuto nulla da obiettare. La sua pittura figurativa è schietta e onesta, e questo titolo ne rispecchia le intenzioni fortemente comunicative oltre che la spiccata vocazione sociale: Pisacane racconta storie, allineandosi a quel bisogno di narrare che permea la storia umana sin dai tempi dei graffiti cavernicoli. E’ l’eterna spirale della trasmissione del sapere, fondamento stesso del progresso culturale umano. Come i pittori parietali preistorici, i menestrelli medievali, i compositori romantici, Fernando Pisacane narra di persone, luoghi, aneddoti. Racconta storie comuni, scelte tra le casualità e le particolarità della propria esperienza personale e filtrate attraverso una sensibilità capace di cogliere l’attimo in cui il particolare si trasfigura in universale, il contingente in assoluto. E’ necessario prendere molto sul serio l’arte di Pisacane, le tele preparate con mestiere, dipinte con scrupolosa responsabilità, senza lasciare al caso nemmeno un centimetro. La grandezza della fruizione ed una composizione apparentemente tradizionale non traggano in inganno, perché le tematiche ivi affrontate sono apertamente scomode, spesso polemiche, in ogni caso attualissime e scandagliate attraverso una prospettiva mai scontata, come uno specchio che riflette il nostro stesso sguardo, inerte e assuefatto alle guerre, agli sbarchi clandestini, ai senza tetto, agli operai dalle mani ormai inutili e ingombranti; e allo stesso modo insensibile all’amore, privato delle ritualità che scandiscono le fasi della vita, resa anch’essa seriale, industriale, prefabbricata. Denunciando questo stato di fatto, Pisacane non se ne lava le mani, non ne prende le distanze. Prevale piuttosto un senso di comunità di appartenenza, dire di solidarietà. I suoi occhi sono i nostri occhi. Attraverso il suo sguardo riconosciamo la nostra visione del mondo odierno. La sua opera svela, rendendola palese nel bene e nel male, la comunità interpretativa a cui apparteniamo, ovvero ciò che ci accomuna nel sentire, nel pensare, nel giudicare.

L’analisi formale dell’opera conduce a denotare come l’inevitabilità del divenire e la necessità della sua consapevole accettazione costituiscano caratteristiche peculiari della poetica di Fernando Pisacane, che esprime questo senso di dinamismo esistenziale attraverso la giustapposizione di forme secondarie che s’insinuano nella forma primaria, seguaci di pittura nella pittura, che aprono finestre su nuovi racconti all’interno della storia principale. Così come la forma narrativa orale (che tanto assomiglia alle forme attuali della multimedialità) si trasforma e si evolve mai eguale a se stessa, prendendo strade inaspettate tramite divagazioni ed intelocuzioni, allo stesso modo, il dinamismo spaziale di Pisacane non si muove lungo percorsi lineari, ma si plasma attraverso elementi spuri i imprevedibili intarsi: reti metalliche, monili, compensati, trucioli, pomelli e persino rami d’albero contorti come corna di cervo, che donano una inaspettata volumetria pressocchè scultorea ad una composizione armonicamente classica. E’ di matrice postmoderna questa commistione materica, tanto quanto la capacità di rilettura ludica e quasi parodistica di recenti momenti dell’arte, affrontata senza alcuna timidezza, ma anzi con una naturalezza scevra da ossequi o titubanze, tracce di una natura introiezione oltre che di una forte consapevolezza storica. Il passato di scenografo di Fernando Pisacane si fa evidente nella costruzione dello spazio dipinto, laddove le storie sono letteralmente messe in scena e caratterizzate da una impostazione compositiva di tipo teatrale. Allo stesso modo, ispirato al teatro è in alcuni casi il soggetto stesso delle tele, popolate da drappi rossi, strumenti musicali e personaggi in costume. Forse proprio nella cultura del palcoscenico, è da ricercare l’origine di uno spiccato gusto per il simbolismo che pervade attraverso piccoli elementi ricorrenti, spesso tracciati a latere, che si rincorrono in un richiamo quasi psicoanalitico, come nel gioco verbale/visuale delle scale fuori scala che spesso appaiono sulla scena dipinta, simulacro del lavoro dietro le quinte casualmente dimenticati in scena, come a voler ricordare che in fondo ogni storia raccontata è un artefatto, un sogno indotto, che a volte insegna ma mai si sostituisce alla vita. I simbolismi adoperati da Pisacane non si ascrivono a quella stasi senza tempo né aria tipica dell’algida scia surrealista, ma si denotano piuttosto come metafore in divenire, non ancora astratte e lontane, ma tuttora calde e pulsanti di vita, colte nell’atto di trasformarsi in icone. Pur nella verità dei temi e dei toni, un comune denominatore dei lavori di Pisacane si evince in una precisa volontà d’impegno inteso come engangement, come attenzione al proprio tempo. Una necessità forte, che si esprime tramite l’intenzione ferma di esserci, di mettersi al servizio del prossimo, registrando l’esprit du temps attraverso la testimonianza delle percezioni sensibili di una vita, moltiplicata tante volte quante sono le storie da raccontare.

Simona Bassano di Tufillo

Molto spesso uno sguardo racconta più di mille parole.

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